Cos’è la contentezza?

 

La contentezza compare quando qualcosa ci fa piacere e, almeno per un momento, sentiamo che va bene così. Può nascere da un risultato che speravamo di ottenere, da una preoccupazione che si risolve, dall’incontro con qualcuno che volevamo vedere oppure da una situazione semplice che ci fa stare bene.

Non richiede che tutta la nostra vita ci soddisfi. Possiamo essere contenti di una notizia anche se abbiamo altri problemi, di una giornata anche se il periodo è difficile, di un risultato senza pensare di aver raggiunto tutto ciò che desideriamo. La contentezza può riguardare una parte della vita senza estendersi automaticamente al resto.

Può essere tranquilla: finiamo qualcosa che ci preoccupava, ci sediamo e sentiamo che finalmente possiamo rilassarci. Ma può anche essere vivace: sorridere appena leggiamo un messaggio, telefonare subito a qualcuno, ridere, abbracciare una persona o esclamare «Ce l’abbiamo fatta!». Essere contenti non significa quindi necessariamente essere calmi.

Negli studi sulle emozioni positive, il termine inglese contentment viene spesso usato in un senso più ristretto rispetto all’italiano contentezza: indica soprattutto una forma calma di benessere, vicina alla soddisfazione e al piacere di restare in una situazione favorevole. Questa descrizione rappresenta bene una possibile forma della contentezza, ma non esaurisce tutto ciò che la parola italiana può indicare.

Possiamo essere contenti anche per qualcosa che accade agli altri. Un amico trova il lavoro che cercava, una persona cara supera un esame, qualcuno a cui teniamo riceve finalmente una buona notizia: il suo bene può diventare, per un momento, anche un po’ nostro.

 

Emozioni primarie coinvolte

 

La contentezza si lega soprattutto alla gioia. Ciò che accade viene sentito come positivo e produce piacere, apertura o un miglioramento dell’umore.

La gioia può essere lieve e raccolta oppure molto evidente. Per questo una persona contenta può limitarsi a sorridere e rilassarsi, ma può anche diventare improvvisamente più energica e desiderare di condividere ciò che è successo.

La sorpresa può aggiungersi quando la causa della contentezza è inattesa: una telefonata che non speravamo più di ricevere, un risultato migliore del previsto, qualcuno che arriva senza preavviso.

In altre situazioni la contentezza compare dopo una paura, una tensione o una tristezza. In quel caso può esserci anche sollievo: prima sentiamo che qualcosa di spiacevole è finito, poi possiamo goderci ciò che viene dopo.

 

Origine del nome

 

Contentezza deriva da contento, che risale al latino contentus, participio passato di continēre, “contenere, tenere insieme”. Nel tempo il termine ha assunto anche il significato di pago, soddisfatto di ciò che si ha o si riceve.

L’origine della parola può richiamare l’idea di qualcosa che ci basta, ma non va interpretata troppo alla lettera. La contentezza non è necessariamente una gioia trattenuta o poco intensa: nell’uso comune possiamo essere contentissimi, esultare per una notizia o mostrare apertamente ciò che proviamo.

Anche il verbo accontentarsi appartiene alla stessa famiglia, ma oggi ha spesso un significato diverso: accettare qualcosa di inferiore a ciò che avremmo preferito. Essere contenti non significa necessariamente accontentarsi.

 

Come si riconosce

 

Non esiste un gesto che dimostri da solo che una persona è contenta. La contentezza può essere discreta o evidente e cambia molto in base alla situazione, alla persona e al modo in cui è abituata a mostrare ciò che prova. Per riconoscerla conta soprattutto l’insieme: ciò che è accaduto, quello che la persona dice e come cambiano il suo volto, la voce e il comportamento.

Pensiero. L’attenzione può posarsi su ciò che è andato bene: «È proprio quello che speravo», «Finalmente», «Mi fa davvero piacere», «Per ora va bene così». Un problema può smettere per qualche momento di occupare tutto lo spazio oppure un risultato positivo può essere semplicemente goduto prima che la mente passi a ciò che manca ancora.

Questo non significa perdere ambizione o desideri. Si può essere molto contenti di aver raggiunto un primo traguardo e voler continuare. Contentezza e desiderio possono convivere.

Parole e frasi tipiche. «Sono proprio contento», «Che bella notizia», «È andata bene», «Non me l’aspettavo!», «Sono contentissimo per te», «Era proprio quello che volevo», «Così mi va benissimo». A volte basta un «Finalmente!» detto con il sorriso per far capire quanto qualcosa fosse atteso.

Voce. Se la contentezza arriva all’improvviso, la voce può diventare più vivace, salire di tono e accelerare. Una persona può parlare più del solito perché vuole raccontare ciò che è successo. Nelle forme più tranquille, invece, il tono può semplicemente diventare più caldo e disteso.

Sguardo e volto. Il sorriso è frequente, ma può andare da un piccolo movimento delle labbra a un’espressione molto aperta. Lo sguardo può rivolgersi subito verso qualcuno con cui condividere il momento. Un sorriso, però, non basta per sapere cosa prova una persona: può comparire anche per cortesia, imbarazzo o molte altre ragioni.

Corpo. Se la contentezza segue una tensione, il corpo può rilassarsi: le spalle si abbassano, il respiro torna più regolare, ci si appoggia allo schienale o si lascia andare una lunga espirazione. Una buona notizia improvvisa può produrre per qualche istante l’effetto opposto: ci si alza, ci si muove, si sente più energia.

Gesti. Si può battere le mani, abbracciare qualcuno, stringergli un braccio, mostrare immediatamente un messaggio, fare un piccolo gesto di vittoria oppure prendere il telefono per chiamare una persona. Nella contentezza più raccolta può esserci soltanto un sorriso mentre ci si sistema più comodamente o si resta qualche secondo a godersi ciò che è successo.

Comportamento. Spesso nasce il desiderio di condividere una buona notizia, festeggiare, ringraziare o prolungare un’esperienza piacevole. In altri casi accade qualcosa di più semplice: per un po’ smettiamo di cercare altro. Il pasto è stato buono, il lavoro è finito, la persona che aspettavamo è arrivata. Quel momento, così com’è, ci soddisfa.

 

Se la provi

 

La contentezza può essere così quotidiana da passare quasi inosservata. Qualcosa va bene e, pochi secondi dopo, la mente è già occupata da quello che manca ancora.

Può essere utile fermarti abbastanza da capire che cosa ti ha fatto contento. Non per trasformare ogni piccolo piacere in una lezione sulla gratitudine, ma per riconoscere meglio ciò che per te ha valore: una risposta ricevuta, un lavoro riuscito, mezz’ora senza fretta, una persona che c’era quando speravi che ci fosse.

Non hai bisogno di rendere quella sensazione più grande di quanto sia. Puoi dire «Sono contento di questa cosa» senza convincerti che vada bene tutto. A volte essere precisi su ciò che ci fa stare bene evita di confondere una contentezza reale con l’idea, molto più ampia, di essere felici in generale.

E sentirti contento di qualcosa non significa rinunciare a cambiarne altre. Puoi apprezzare un risultato e volerne raggiungere un altro, stare bene in una relazione e voler chiarire un problema, goderti il presente e avere ancora progetti per il futuro.

 

Se la vedi in qualcuno

 

Quando qualcuno è contento, spesso non serve fare molto: puoi semplicemente lasciare spazio alla sua buona notizia e partecipare al momento.

Se ciò che lo rende contento ti sembra piccolo, evita di ridimensionarlo con frasi come «Tutto qui?» o «Per così poco?». Una cosa apparentemente modesta può essere importante perché arrivava dopo molta attesa, perché rappresentava qualcosa di personale o semplicemente perché, per quella persona, aveva valore.

Può essere altrettanto fastidioso trasformare subito la contentezza in un nuovo obiettivo: «Bene, e adesso quando fai il passo successivo?». A volte è piacevole poter restare per un po’ nel risultato appena raggiunto senza sentirlo immediatamente trasformato in ciò che ancora manca.

Se qualcuno è contento per te, riconoscerlo può essere prezioso. La partecipazione sincera alla buona sorte altrui non è scontata: significa che ciò che fa bene a te riesce a fare piacere anche a un’altra persona.

 

Da non confondere con

 

Felicità. È una parola più ampia. Può indicare un momento molto intenso, ma anche una valutazione generale positiva della propria vita. La contentezza è spesso più circoscritta: posso essere contento di qualcosa senza definirmi, nel complesso, felice.

Gioia. È molto vicina e spesso fa parte della contentezza. La gioia mette soprattutto in primo piano il piacere emotivo; nella contentezza compare spesso anche il riconoscimento che qualcosa è andato bene, ci piace o ci soddisfa.

Soddisfazione. Nasce spesso dal confronto tra un risultato e ciò che volevamo ottenere: un lavoro riuscito, un obiettivo raggiunto, un problema risolto. Può essere anche abbastanza razionale: posso giudicare soddisfacente un risultato senza provare una forte emozione. La contentezza mette più chiaramente in primo piano il piacere che quella situazione ci procura e può nascere anche senza aver raggiunto un traguardo.

Appagamento. Suggerisce che un desiderio o un bisogno importante sia stato colmato e può avere un senso di pienezza più profondo. La contentezza può essere molto più semplice e momentanea: una telefonata attesa, una cena piacevole o qualcosa che finalmente va per il verso giusto possono bastare.

Sollievo. Nasce soprattutto quando una minaccia, una preoccupazione o una tensione diminuiscono. Possiamo dire «Sono contento che sia finita», ma in quel momento una parte importante di ciò che proviamo può essere sollievo. La contentezza non richiede necessariamente che prima ci fosse qualcosa da temere o da sopportare.

Quiete. Riguarda soprattutto la diminuzione dell’agitazione, della tensione e dell’urgenza. Possiamo essere quieti senza essere particolarmente contenti; e possiamo essere contentissimi mentre parliamo forte, ridiamo o corriamo ad abbracciare qualcuno.

 

Esempi culturali

 

Cinema — Pranzo di ferragosto, di Gianni Di Gregorio. Nel film del 2008, il regista e attore italiano interpreta un uomo che vive a Roma con l’anziana madre e si ritrova, quasi controvoglia, a ospitare altre signore durante il Ferragosto. Quello che nasce come un problema pratico si trasforma poco a poco in una giornata fatta di cibo, conversazioni e compagnia. La contentezza non arriva da un grande successo: prende forma quando una situazione ordinaria, e inizialmente scomoda, diventa piacevole abbastanza da volerla prolungare.

Pittura — Le déjeuner des canotiers, di Pierre-Auguste Renoir. Nel dipinto realizzato tra il 1880 e il 1881, il pittore impressionista francese rappresenta amici e conoscenti riuniti su una terrazza dopo una giornata sul fiume. Si parla, si mangia, si beve, qualcuno ascolta e qualcuno osserva gli altri. È un’immagine utile perché mostra una contentezza sociale e vivace: non il silenzio della contemplazione, ma il semplice piacere di trovarsi bene dove si è e con chi si è.

Letteratura — Walden, di Henry David Thoreau. Pubblicato nel 1854, il libro racconta il periodo trascorso dallo scrittore e filosofo statunitense in una piccola casa costruita vicino al lago Walden, nel Massachusetts. Thoreau osserva la vita quotidiana, la natura e i bisogni essenziali, chiedendosi quanto serva davvero per vivere bene. È un riferimento utile alla contentezza perché mostra il piacere di riconoscere valore in ciò che è semplice e sufficiente, senza che questo significhi rinunciare a pensare, scegliere o desiderare altro.

Musica — What a Wonderful World, interpretata da Louis Armstrong. Scritta da Bob Thiele e George David Weiss e incisa dal trombettista e cantante statunitense nel 1967, la canzone posa lo sguardo su cose semplici: il cielo, gli alberi, le persone che si salutano, i bambini che crescono. È una forma di contentezza che nasce dal riconoscere qualcosa di buono e familiare in ciò che abbiamo davanti, senza bisogno che accada qualcosa di straordinario.

 

Alla prossima settimana

 

Alla prossima settimana con uno stato emotivo che nasce quando qualcosa ci colpisce profondamente, lasciandoci scossi, increduli e quasi senza parole.

Dietro questa scheda ci sono studi, testi e ricerche provenienti da ambiti diversi. Qui trovi alcuni dei riferimenti principali che ne sostengono i contenuti.

 

Treccani, Vocabolario online, voci “contentezza” e “contento¹”.
Watt Smith, T. (2017), Atlante delle emozioni umane, traduzione di Violetta Bellocchio, UTET. ISBN: 978-88-511-4879-9.
Tugade, M. M., Shiota, M. N. e Kirby, L. D. (a cura di) (2014), Handbook of Positive Emotions, New York, Guilford Press. ISBN: 978-1-4625-1397-0.
Fredrickson, B. L. (1998), “What Good Are Positive Emotions?”, Review of General Psychology, 2(3), pp. 300–319. DOI: 10.1037/1089-2680.2.3.300.
Griskevicius, V., Shiota, M. N. e Nowlis, S. M. (2010), “The Many Shades of Rose-Colored Glasses: An Evolutionary Approach to the Influence of Different Positive Emotions”, Journal of Consumer Research, 37(2), pp. 238–250. DOI: 10.1086/651442.

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