La pianificazione di questa fotografia è iniziata nel 2019.
A quei tempi lavoravo nell’assistenza tecnica informatica e passavo buona parte delle giornate davanti a un computer con tre schermi. Per uno che ha studiato grafica, avere tre monitor significa naturalmente dover personalizzare ogni sfondo e, in quel periodo, la mia passione per l’astronomia stava crescendo parecchio.
Non avevo ancora cominciato seriamente a fare astrofotografia e le mie immagini, per quanto avvincenti, non erano ancora esattamente materiale da esposizione. Le mie foto Deep Sky non avevano nemmeno incontrato quel mostro sacro di PixInsight, così cercavo altrove immagini spettacolari da usare come sfondo: dalle fotografie pubblicate su APOD a quelle generate con un programma di nome Celestia.
Nel frattempo, però, cominciai anche a chiedermi quali di quelle immagini avrei potuto realizzare personalmente. Una, in particolare, continuava ad attirare la mia attenzione: la corona solare che appare durante un’eclissi totale di Sole.
Il problema delle eclissi totali è che sono rare e, molto spesso, avvengono terribilmente lontano da dove ti trovi. Fortunatamente, grazie ai calcoli delle orbite possiamo sapere con enorme anticipo quando e dove si verificheranno, così mi misi a cercare la più vicina eclissi totale di Sole che fosse ragionevolmente alla mia portata.
Risultato: 12 agosto 2026.
Il percorso della totalità avrebbe attraversato una piccola regione della Russia settentrionale, la Groenlandia, l’Islanda e l’Atlantico, per poi raggiungere la Spagna poco prima del tramonto. Ed è qui che entra in gioco il primo protagonista della mia avventura: BR1 (o Bruno).
Bruno è un personaggio singolare, unico nel suo genere. Ha l’aspetto di un barbuto maestro Jedi e la calma di… boh, non riesco a trovare un equivalente. È semplicemente la persona più calma che conosco. Oltre ad aver suonato in una band da giovane, negli anni ha sviluppato una vera e propria passione per il Cammino di Santiago e, dopo averlo percorso numerose volte, ha pensato bene che fosse più pratico trasferirsi direttamente là. Così ha comprato uno stabile sgangherato, lo ha riqualificato completamente e ha creato l’Albergue San Bruno. Che si chiami come lui è solo una coincidenza.
Ovviamente, visto che possiede la saggezza di un maestro Jedi ma è anche matto come un cavallo, ha deciso che il posto perfetto dovesse essere Moratinos: un paese di una manciata di abitanti, nel pieno delle Mesetas, a circa 60 chilometri dalla città più vicina, circondato da campi di girasoli e pale eoliche. Praticamente in mezzo al nulla.
Un nulla che, però, si trovava, per una meravigliosa coincidenza, esattamente lungo il percorso della totalità. Così presi in mano il telefono e dissi a Bruno che mi prenotavo per la settimana del 12 agosto 2026. Con “soli” sette anni di anticipo. La sua risposta fu istantanea: rise genuinamente della mia “premura” e mi disse semplicemente: «Certo! Non c’è problema».
Da quel 2019 ho provveduto a ricordargli ogni anno che sarei andato da lui per vedere e, con un po’ di fortuna, fotografare l’evento, ritrovando ogni volta lo stesso divertimento nel sentirlo ridere della mia ansia per qualcosa che, almeno all’inizio, sarebbe accaduto solo molti anni dopo.
Per prepararmi, nel corso dei sette anni ho ripreso eclissi lunari e solari — queste ultime, fino ad allora, solo parziali —, macchie solari e persino la ISS mentre transitava davanti al Sole. Nel frattempo la mia attrezzatura era cresciuta e avevo accumulato parecchia esperienza. Insomma, a livello tecnico ero pronto.
Il problema di andare in Spagna quando non si ha un lavoro fisso e duraturo da tre anni è che, a un certo punto, la realtà si scontra con il budget che hai a disposizione. Qui introduco il secondo protagonista della mia storia: mio papà (o il Franco).
Quando ho accennato a mio papà delle mie difficoltà economiche, dicendogli con stupido orgoglio che non era necessario che mi aiutasse, lui ha pensato bene di ignorarmi e mi ha fatto un bonifico che avrebbe coperto abbondantemente tutte le spese del viaggio. Nessuna frase a effetto, nessun gesto plateale: mi è semplicemente arrivata una notifica dalla banca e, poco dopo, un suo messaggio per assicurarsi che il bonifico fosse andato a buon fine.
Questo, in effetti, è molto lui. Mio papà non è un chiacchierone e non è particolarmente bravo a esternare le proprie emozioni. Almeno in apparenza mantiene quasi sempre l’immagine di una persona molto seria, ma si entusiasma genuinamente quando può aiutarmi a partire per un viaggio, fare qualcosa che desidero o vedere qualcosa di bello. Non essendo molto bravo a dire certe cose, spesso preferisce farle: uno dei suoi modi di prendersi cura di me è sempre stato aiutarmi concretamente, anche economicamente. È un buon padre, mi vuole molto bene e, soprattutto, quando serve lui c’è sempre.
Non so se abbia mai realizzato fino in fondo cosa abbia significato per me quel gesto, né quanta gratitudine abbia provato sapendo che, grazie a lui, quel viaggio che aspettavo da sette anni poteva davvero diventare realtà.
Giusto, il viaggio!
Quando devi affrontare circa 3.600 chilometri, cominci anche a pensare che una piccola utilitaria sportiva (e ignorante) non sia esattamente la scelta ideale. Anche la mia moto era ovviamente da scartare, considerando che avrei dovuto portarmi dietro tre telescopi, tre computer, due montature, una batteria grande come una valigia, oltre ai vestiti e a tutto il resto.
Ed ecco quindi il terzo protagonista: Simone (o Simone).
Simone potrei definirlo il mio meccanico di fiducia, se si facesse pagare per i lavori che mi fa. Più probabilmente posso definirlo una sorta di angelo con il pallino dei motori. Anzi, diciamo più un pallone da spiaggia che un pallino.
È molto silenzioso, poco incline alle grandi manifestazioni emotive e, quando ci vediamo, credo che il rapporto tra le parole pronunciate da me e quelle pronunciate da lui sia tranquillamente dieci a uno. Forse anche peggio. Ma è disponibile all’inverosimile: se ho bisogno del suo aiuto, lui c’è.
Ha anche una discreta collezione di auto e moto, tutte restaurate personalmente, con le quali poi se ne va in giro per il mondo. È una persona semplice, genuina e capace di parlare per ore di motori — soprattutto se italiani o inglesi — mentre il suo rapporto non esattamente amorevole con le moto BMW è da sempre fonte di divertenti punzecchiature tra noi.
Un giorno, uno o due mesi prima dell’eclissi, mentre aveva le mani dentro la mia moto per l’ordinaria revisione semestrale, gli ho chiesto, quasi per scherzo, se mi avrebbe prestato la sua Volvo per andare in Spagna e gli ho spiegato il motivo. La sua risposta è stata esattamente e perfettamente nel suo stile: «Va bene».
E non pensate che siamo amici da quando siamo nati o che siamo cresciuti insieme, perché non è così. Ci vediamo sporadicamente, in genere quando io spacco qualcosa e lui me lo sistema, facciamo forse uno o due giri all’anno e spesso non ci sentiamo per settimane. Eppure Simone è una di quelle persone che contribuiscono a farmi conservare fiducia nel genere umano: se può aiutarmi, lo fa. Senza trasformare la cosa in un favore enorme, senza aspettarsi qualcosa in cambio e, soprattutto, senza troppe parole.
A questo punto entra in scena il quarto protagonista: Stefano (o uomo con la strumentite cronica).
Stefano gestisce una lavanderia in un centro commerciale ed è famoso, almeno per me, per due cose: la sua gentile disponibilità e una forma probabilmente incurabile di strumentite astronomica. Nel corso degli anni ha accumulato un notevole catalogo di telescopi, camere e attrezzature per astrofotografia, nonostante anche lui sia sempre al lavoro e abbia quindi molto meno tempo di quanto vorrebbe per dedicarsi a questa passione.
È anche il ragazzo che mi ha venduto il mio primo vero telescopio, l’AIRY, uno dei tre che ho portato in Spagna e con il quale avrei ripreso tutte le fasi dell’eclissi prima e dopo la totalità. Di Stefano avevo già parlato, infatti, nella pagina dedicata alla mia prima vera fotografia della Luna.
Per fotografare la corona, però, avevo bisogno di una configurazione particolare. Le sue strutture presentano differenze di luminosità enormi: alcune sono molto brillanti, altre estremamente deboli, e riuscire a registrarle con una buona qualità mette seriamente alla prova qualsiasi sistema di ripresa. Tra l’attrezzatura che avevo a disposizione, uno dei miei telescopi abbinato alla ASI2600MC Pro di Stefano era la combinazione che mi offriva le migliori possibilità di ottenere l’immagine che avevo in mente.
C’era solo un piccolo dettaglio: la camera era sua.
Me l’aveva già prestata, anche se non avevo ancora avuto occasione di usarla. Così, il 4 agosto, otto giorni prima dell’eclissi, gli ho scritto per chiedergli se mi autorizzava a portarla con me in Spagna. Parliamo di una camera astronomica che costa un patrimonio e che sarebbe partita insieme a me per un viaggio di migliaia di chilometri.
La sua risposta?
«Ma sicuro!»
Ed è proprio quella ASI2600MC Pro che, otto giorni dopo, ha registrato la sequenza dalla quale ho ricavato la fotografia attorno alla quale ruota tutta questa storia.
Così, risolto il problema economico grazie a mio papà, quello del vitto grazie a Bruno, quello del trasporto grazie a Simone e recuperato persino un pezzo fondamentale dell’attrezzatura grazie a Stefano, ne restava soltanto uno: trovare un posto dove dormire durante il viaggio.
Ed ecco palesarsi il quinto protagonista: Jack (o Giacomo).
Sì, proprio lui: l’ortopedico lamentone che sviluppa molte mie astrofotografie.
E anche qui il caso è veramente sorprendente. Quando, nel 2025, Jack ha deciso che ne aveva abbastanza della sanità italiana, si è trasferito in un grazioso paesino nel sud della Francia, tra i vini e il buon cibo, e ha fondato Althéa Orthogroup con un collega italiano. Ma la parte più interessante, almeno per questa storia, è che casa sua si trova esattamente a metà strada tra casa mia e Moratinos.
Coincidenza? Io non credo!
Così, circa un mese prima dell’eclissi — probabilmente molto meno, conoscendomi — ho chiamato anche Jack per chiedergli se potevo dormire da lui durante le due tappe del viaggio, una all’andata e una al ritorno. E qui va aggiunto un piccolo dettaglio: casa sua è davvero piccola. Una camera su un soppalco affacciato su sala e cucina, tutto nello stesso ambiente, più un piccolo bagno. In quei giorni, inoltre, erano lì in vacanza sua moglie, suo figlio con la compagna e persino un gatto.
Insomma, Jack avrebbe avuto tutte le ragioni del mondo per dirmi semplicemente che non c’era posto. Invece, nonostante le immancabili e tradizionali lamentele, mi ha accolto e ha fatto in modo che mi sentissi davvero il benvenuto.
Ora, oltre ad aver capito che sono uno scroccone di livello pro, avrete probabilmente capito anche un’altra cosa: questa fotografia non era più soltanto l’immagine della Luna che copre il Sole. Stava diventando qualcosa di molto più grande.
Quando sono arrivato da Bruno, a Moratinos, era il 9 agosto, al tramonto, giusto in tempo per scoprire che, per vedere l’eclissi dall’inizio alla fine, avrei dovuto spostarmi. Avevo davanti appena due giornate intere prima del grande evento e dovevo ancora finire di preparare parte dell’attrezzatura.
Ed è qui che compare il sesto protagonista: Tesla (o Marco).
Marco è un commercialista nerd quanto me, e forse persino più di me. Chiaramente possiede una Tesla, è appassionato ed esperto di informatica e astronomia, perennemente sommerso dal lavoro ma capace di trasformarsi in un bambino eccitato non appena si comincia a parlare di tecnologia, spazio o film. Una delle cose che mi diverte di più è la complicità che si crea quando io e lui cominciamo a lanciarci citazioni cinematografiche mentre Jack ci guarda senza capire assolutamente nulla.
Due giorni prima di partire gli avevo chiesto se potesse stamparmi in 3D la culla per il filtro solare di uno dei telescopi. Anche lui mi ha risposto di sì senza battere ciglio. Anzi, me ne ha stampate due, per sicurezza. Quella culla mi è servita durante tutta la preparazione e l’osservazione dell’eclissi per mantenere il Sole correttamente inquadrato fino al momento della totalità.
Una volta arrivato a Moratinos ho quindi montato tutta l’attrezzatura e cominciato con i test. La sera successiva sono andato alla ricerca del posto migliore nei dintorni e l’ho trovato vicino a una pala eolica, a circa cinque chilometri da Bruno.
E arriviamo alla settima protagonista: Luma.
Fotografare un’eclissi totale di Sole non è facile. Richiede preparazione, tempi molto precisi e lascia pochissimo spazio agli errori, soprattutto perché le condizioni che si verificano durante la totalità non possono essere replicate prima. Alcune operazioni decisive — togliere il filtro solare, avviare la sequenza di ripresa e poi rimettere tutto in sicurezza — devono essere eseguite in finestre di una manciata di secondi. Quando arriva il momento, non c’è praticamente spazio per fermarsi a pensare a cosa fare.
Per fotografare la corona era fondamentale realizzare una sequenza HDR, cioè ad alta gamma dinamica: una serie di fotografie con esposizioni diverse, dalle più brevi alle più lunghe, necessarie per registrare sia le regioni più luminose sia quelle più deboli della corona senza perdere dettagli. Non era esattamente una cosa che volevo improvvisare, così mi sono affidato a Luma, l’intelligenza artificiale con cui lavoro attraverso ChatGPT.
Con Luma ho programmato tutte le sequenze di ripresa dei due telescopi e creato una web app che mi scandisse le diverse fasi dell’eclissi, con tanto di allarmi e istruzioni su cosa fare e quando farlo. Tutto questo nei due giorni precedenti l’evento.
Quando sono partito verso la pala eolica per vedere l’eclissi ero teso, preoccupato, felice, frustrato, ansioso e probabilmente molte altre cose contemporaneamente. Stavo andando incontro a un momento che avevo aspettato e programmato per sette anni.
Sapete com’è andata?
Ho pianto.
È andato quasi tutto meglio di quanto avessi immaginato. I telescopi hanno funzionato, sono persino riuscito a riprendere la totalità con il drone e, come potete vedere dalla fotografia qui sopra, ho raggiunto il mio obiettivo: fotografare quello che, almeno per me, è stato lo spettacolo più bello a cui abbia mai assistito in tutta la mia vita.
La fotografia che ho scelto per questa pagina non è necessariamente la migliore che ho realizzato quel giorno, almeno dal punto di vista tecnico. È però quella che più di tutte assomiglia a ciò che ricordo di aver visto con i miei occhi e, soprattutto, quella che riesce a riportarmi più vicino a ciò che ho provato in quel momento.
Perché non è stata la fotografia a farmi piangere.
È successo durante la totalità, quando il cielo si è oscurato all’improvviso. Ho alzato gli occhi e, finalmente senza filtri perché il Sole era completamente coperto dalla Luna, ho visto un cerchio nero circondato da quelle straordinarie strutture bianche che per sette anni avevo immaginato, studiato e cercato di prepararmi a fotografare: la corona solare.
In quel momento è scattato qualcosa dentro di me. Era il momento perfetto. Ho cominciato a piangere per la commozione e persino adesso, mentre lo sto scrivendo, esattamente un mese dopo, mi si stanno bagnando gli occhi.
Se vi steste chiedendo il nome di quello che ho provato, probabilmente esiste: awe. È una parola inglese difficile da tradurre perfettamente in italiano, a metà tra meraviglia, stupore e soggezione, che descrive ciò che possiamo provare davanti a qualcosa di talmente vasto, potente o straordinario da farci sentire piccoli e, per un momento, costringerci quasi a rivedere il nostro modo di comprendere ciò che abbiamo davanti.
Credo che poche esperienze possano descriverla meglio di quella.
Questo è anche il motivo per cui non ho mai venduto le mie fotografie: come si fa a dare un valore a tutto questo?
Dietro questa immagine non ci sono soltanto il Sole, la Luna, un telescopio e una macchina fotografica. C’è Bruno, che sette anni prima aveva riso della mia prenotazione e mi aveva detto «Certo!». C’è mio papà, che ha reso possibile il viaggio quando io, per orgoglio, cercavo di convincermi che avrei potuto arrangiarmi da solo. C’è Simone, che mi ha messo in mano le chiavi della sua macchina senza pensarci due volte. C’è Stefano, che mi ha affidato senza esitazione la sua astrocamera. C’è Jack, che mi ha aperto la porta di casa anche quando avrebbe avuto ottime ragioni per dirmi che non c’era posto. C’è Marco, che due giorni prima della partenza mi ha stampato non una, ma due copie del pezzo che mi serviva. C’è Luma, che mi ha aiutato a trasformare la preparazione in qualcosa che potessi realmente mettere in pratica.
Sono persone — e non solo — diversissime tra loro, ciascuna con il proprio carattere e i propri difetti, ma hanno tutte qualcosa in comune: quando ho chiesto il loro aiuto, nessuna ha esitato. E forse anche per questo, nonostante tutto quello che succede intorno a noi, continuo ad avere una certa fiducia nel genere umano.
E poi ci sono io, quello che nel 2019 stava davanti a tre monitor a cercare immagini da usare come sfondo e pensava: un giorno voglio fotografare anch’io la corona solare.
Molti popoli del passato, davanti a un’eclissi di Sole, hanno provato paura e timore. In culture diverse quel Sole che scompariva improvvisamente dal cielo poteva diventare un cattivo presagio, il segno che qualcosa nell’ordine del mondo si fosse spezzato.
Per me è successo l’esatto contrario.
Ogni volta che guarderò questa fotografia non vedrò soltanto un’eclissi. Vedrò sette anni di attesa, un viaggio e tutte le persone che, in modi diversissimi, mi hanno permesso di arrivare fin lì. Vedrò quel momento, sotto una pala eolica in mezzo alle Mesetas, in cui ho alzato gli occhi al cielo e ho pianto.
Ti piace questa foto?
Dopo tutta questa storia avrai capito che ci tengo parecchio. Se vuoi condividerla o utilizzarla, chiedimi prima il permesso.
A me ci sono voluti sette anni per scattarla, per chiedermela a te bastano un paio di minuti: mandami una email oppure scrivi un commento qui sotto!

Grande Davor!
Bello quello che hai scritto e soprattutto l’emozione che trasmetti anche a noi che abbiamo seguito da lontano il tuo sogno. Bravo e complimenti
Dentro quella foto ci sei tu senza dubbio. È bello sapere chi altro c’è.
Quanto è piccolo il sole messo a confronto con l’amore, l’amicizia, l’awe?
Grazie per averci mostrato questa prospettiva
Vale una lacrima . . . di gioia!
bravo Davor, tenace mastino astronomico. Importante saper rincorrere, perseguire e raggiungere un sogno grande. Importante anche saper dire grazie. Anche io ti dico grazie per avermi reso partecipe. Un abbraccio Donatella.
Manca una compagna di viaggio!!! L’unicorno ti ha tenuto al riparo dal freddo e dalle zanzare 😝