Cos’è il Setsunai?
Setsunai è la forma romanizzata del giapponese 切ない. Non esiste una sola parola italiana che ne raccolga tutte le sfumature. Può ricordare la tristezza, il desiderio struggente, la nostalgia o la malinconia, ma non coincide pienamente con nessuna di queste esperienze.
Si può provare quando salutiamo qualcuno che vorremmo trattenere, pensiamo a una persona che non possiamo raggiungere, ricordiamo un periodo felice che non tornerà oppure capiamo che un rapporto non potrà diventare ciò che speravamo.
Il punto non è soltanto la mancanza. Nel Setsunai continuiamo a tenere a ciò che ci fa soffrire. Vorremmo avvicinarlo, conservarlo, cambiare ciò che sta accadendo o avere ancora un po’ di tempo, ma avvertiamo anche che non tutto dipende da noi.
Per questo può essere dolceamaro. Un ricordo può farci stare bene per ciò che abbiamo vissuto e male perché è finito. Possiamo essere felici di aver incontrato qualcuno e soffrire perché dobbiamo lasciarlo. Possiamo persino provare Setsunai mentre un momento bello sta ancora accadendo, perché sappiamo già che passerà.
Gli studi sulla parola mostrano che Setsunai è molto vicino alla tristezza, ma può contenere contemporaneamente qualcosa di doloroso e qualcosa di positivo. In psicologia si parla, in questi casi, di emozioni miste: esperienze nelle quali sentimenti di segno diverso possono essere presenti nello stesso momento.
Nel giapponese contemporaneo il termine ha anche usi più ampi. Può descrivere una canzone, una storia o una scena capace di suscitare questa particolare commozione e può essere usato anche per dispiaceri più lievi, senza indicare necessariamente una sofferenza profonda.
Emozioni primarie coinvolte
Nel Setsunai è spesso centrale la tristezza. Qualcosa è lontano, perduto, sta cambiando oppure non può diventare come desideriamo.
Può comparire anche la gioia, soprattutto quando ciò che ci fa soffrire conserva qualcosa di bello: un ricordo amato, un incontro importante, una persona alla quale continuiamo a voler bene. Le due emozioni non si annullano. Possiamo sorridere ricordando qualcosa e, nello stesso momento, desiderare che non fosse finita.
A volte può esserci anche la paura, soprattutto quando la separazione non è ancora avvenuta e temiamo di perdere ciò a cui teniamo.
Non esiste però una combinazione fissa. In alcune esperienze prevale nettamente la tristezza; in altre emergono di più il desiderio, l’affetto, la nostalgia o il senso di impotenza.
Origine del nome
切ない (Setsunai) è un aggettivo giapponese. La forma sostantivata 切なさ (setsunasa) indica invece la sensazione o la qualità dell’essere Setsunai.
Nella lingua più antica compare la forma せつなし (setsunashi). La storia della parola è più ampia del significato dolceamaro con cui viene spesso presentata fuori dal Giappone. Tra gli usi documentati nel corso dei secoli compaiono anche il tenere profondamente a qualcuno, il trovarsi in una situazione difficile o senza via d’uscita e il provare una sofferenza fisica.
Uno dei significati principali nel giapponese moderno riguarda invece una sofferenza provocata da tristezza, solitudine o desiderio, descritta tradizionalmente come una sensazione che stringe il petto. È un’immagine importante, perché rende bene ciò che una semplice traduzione come “triste” tende a perdere: qualcosa ci è caro e proprio per questo la sua distanza può farci male.
La linguista giapponese Akari Sasai, studiando l’evoluzione della parola nel giapponese moderno, ha osservato anche usi più recenti: Setsunai può descrivere positivamente opere, racconti o scene capaci di suscitare una commozione dolorosa e può essere impiegato in modo più leggero per piccole delusioni quotidiane.
È inoltre una parola distinta da 刹那 (setsuna), che significa “istante” o “momento brevissimo”. La somiglianza del suono può trarre in inganno, ma si tratta di termini diversi.
Come si riconosce
Pensiero. La mente tende a tornare verso ciò che vorremmo ancora vicino. Può ripercorrere un incontro, immaginare come sarebbero andate le cose in circostanze diverse oppure soffermarsi su un dettaglio che rende improvvisamente evidente la distanza: una fotografia, un messaggio, una stanza, un luogo, una data. È frequente un pensiero doppio: «Sono contento che sia successo, ma vorrei che non fosse finito».
Parole e frasi tipiche. Possono comparire espressioni come «Vorrei che durasse ancora un po’», «Mi manca, anche se so che non posso tornare indietro», «Avrei voluto che andasse diversamente» oppure «È un bel ricordo, ma mi fa male pensarci». A volte è difficile spiegare ciò che si prova e si ricorre proprio all’immagine di qualcosa che “stringe il cuore”.
Voce. Parlando di ciò che manca, il tono può abbassarsi o rallentare. Possono comparire pause, sospiri o esitazioni. Ma il Setsunai non è necessariamente cupo: si può raccontare un ricordo con affetto e accorgersi, nello stesso momento, che porta con sé anche tristezza.
Sguardo e volto. Lo sguardo può fermarsi su una fotografia, una persona o un luogo, oppure allontanarsi mentre la mente torna altrove. Gli occhi possono inumidirsi senza arrivare al pianto. Un sorriso lieve può convivere con un’espressione malinconica. Non esiste però un volto specifico del Setsunai: gli stessi segnali possono appartenere a molte altre emozioni.
Corpo. Alcune persone descrivono l’esperienza come un peso o una stretta al petto, un nodo alla gola, un vuoto allo stomaco o il bisogno di fare un respiro più profondo. Sono sensazioni possibili, non caratteristiche obbligatorie.
Gesti. Si può rileggere una conversazione, riascoltare una canzone, conservare un oggetto, trattenersi qualche secondo in più prima di salutare o tornare in un luogo legato a qualcuno. Altre persone fanno l’opposto e tengono a distanza fotografie, messaggi o ricordi perché riavvicinarsi a ciò che manca sarebbe troppo intenso.
Comportamento. Il Setsunai può far venire voglia di cercare ancora una volta una persona, dire qualcosa rimasto in sospeso o prolungare un momento che sta finendo. Quando invece sappiamo che non c’è più nulla da cambiare, può portarci semplicemente a restare per un po’ con quel ricordo.
Per riconoscerlo non basta quindi chiedersi se c’è tristezza. Un indizio importante è il legame che continua a esistere con ciò che fa male: non vorremmo semplicemente cancellarlo, perché continua ad avere valore per noi.
Se lo provi
Può essere utile chiederti che cosa stai desiderando davvero. Vuoi rivedere una persona? Vorresti cambiare qualcosa che è successo? Ti manca un periodo della tua vita oppure il modo in cui ti sentivi allora?
La risposta cambia molto ciò che puoi fare.
A volte esiste ancora un gesto possibile: dire qualcosa rimasto in sospeso, salutare meglio, chiedere un chiarimento, rivedere qualcuno. In altri casi ciò che manca appartiene ormai al passato oppure dipende da scelte che non sono soltanto tue.
Distinguere queste situazioni evita due estremi: rinunciare a qualcosa che potrebbe ancora essere vissuto oppure continuare a inseguire una possibilità che non esiste più nella forma che desideriamo.
Non tutto, però, ha bisogno di essere risolto. Alcuni ricordi fanno male proprio perché hanno avuto valore. Il Setsunai può anche essere il modo in cui continuiamo a sentire l’importanza di qualcosa senza poterla riportare indietro.
Se lo vedi in qualcuno
Dire subito «Non pensarci», «Devi andare avanti» o «Tanto non puoi farci niente» rischia di chiudere la conversazione prima ancora di capire che cosa quella persona stia davvero rimpiangendo o desiderando.
Può essere più utile chiedere: «Che cosa ti manca di più?» oppure «C’è qualcosa che avresti ancora voluto fare?». Sono domande semplici, ma aiutano a distinguere il desiderio di cambiare una situazione dal bisogno, molto diverso, di poterla ricordare e raccontare.
Se sei tu la persona verso cui è rivolto quel sentimento, la delicatezza non richiede ambiguità. Quando non desideri lo stesso rapporto, essere chiari senza essere bruschi può essere più rispettoso che lasciare aperta una possibilità che non intendi realmente vivere.
Da non confondere con
Tristezza. È molto più ampia e può nascere da una perdita, una delusione o molte altre situazioni. Nel Setsunai, più spesso, ciò che fa soffrire continua anche a essere amato, desiderato o percepito come prezioso.
Nostalgia. Guarda soprattutto verso qualcosa che appartiene al passato. Il Setsunai può nascere anche nel presente: per esempio mentre salutiamo qualcuno o viviamo un momento bello sapendo che sta per finire.
Sehnsucht. La parola tedesca descrive un desiderio profondo rivolto spesso verso qualcosa di lontano, ideale o difficile da raggiungere. Nel Setsunai tende a essere più evidente la componente dolorosa e affettiva della distanza. Le due esperienze possono però sovrapporsi e condividono un carattere dolceamaro.
Sabishii. In giapponese esprime soprattutto solitudine, mancanza o tristezza legata all’assenza di qualcuno o qualcosa. Nel Setsunai non è necessario sentirsi soli: può bastare avvertire che qualcosa di prezioso sta sfuggendo, non può essere trattenuto o non può diventare come vorremmo.
Rimpianto. Nasce spesso pensando a una scelta che avremmo voluto compiere diversamente. Il Setsunai non richiede un errore: possiamo sentirlo anche sapendo che nessuno avrebbe potuto cambiare ciò che è accaduto.
Esempi culturali
Musica — The Long and Winding Road, dei Beatles. Pubblicata nel 1970 e scritta principalmente da Paul McCartney, la canzone immagina una strada che continua a ricondurre alla porta di qualcuno. Chi parla è rimasto ad aspettare e continua a desiderare di essere ricondotto verso quella persona. Il legame non scompare nonostante la distanza e il tempo trascorso: proprio questa persistenza dell’affetto davanti a qualcosa che non riesce a compiersi rende il brano vicino al Setsunai.
Arte — Stati d’animo: Gli addii, di Umberto Boccioni. Nel 1911 il pittore futurista italiano realizzò una serie dedicata a una partenza ferroviaria: Gli addii, Quelli che vanno e Quelli che restano. Nel primo dipinto, le persone sulla banchina e quelle sul treno si stringono in un ultimo saluto mentre il movimento comincia già a separarle. Ciò che si ama è ancora presente, ma sta diventando lontano proprio in quell’istante. Boccioni rende visibile quella sovrapposizione tra vicinanza e perdita imminente che può appartenere al Setsunai.
Letteratura — L’età dell’innocenza, di Edith Wharton. Nel romanzo del 1920, la scrittrice statunitense racconta la New York dell’alta società ottocentesca attraverso Newland Archer, promesso sposo di May Welland, e il suo incontro con Ellen Olenska. Tra Newland ed Ellen nasce un sentimento profondo, ma convenzioni sociali, responsabilità e scelte personali impediscono loro di trasformarlo nella vita che avrebbero potuto immaginare. Il sentimento rimane reale anche quando la possibilità di viverlo viene lasciata andare. È proprio questa convivenza di desiderio, affetto e rinuncia ad avvicinare il romanzo al Setsunai.
Cinema d’animazione — 5 centimetri al secondo, di Makoto Shinkai. Nel film giapponese del 2007, il regista e sceneggiatore Makoto Shinkai segue Takaki e Akari dall’adolescenza all’età adulta. I due sono profondamente legati, ma trasferimenti, distanza e passare del tempo li conducono gradualmente su strade diverse. Non c’è bisogno di una rottura violenta: qualcosa di bello continua a esistere nei ricordi mentre diventa sempre più difficile raggiungerlo nella realtà. È una rappresentazione particolarmente efficace del carattere dolceamaro del Setsunai.
Alla prossima settimana
Alla prossima settimana con uno stato emotivo che nasce quando qualcosa di intimo rischia di diventare più visibile di quanto vorremmo.

